Amministrative 2012: il PdL ha perso, ora bisogna cambiare

La sconfitta è innegabile, ma le responsabilità non possono attribuirsi ai singoli coordinatori del partito bensì all’intera sua classe dirigente, più propensa a litigare al suo interno o stringere rapporti con altri partiti piuttosto che sostenere il PdL. Gli elettori, e non solo siciliani perché il fenomeno è nazionale e riguarda tutti i partiti tradizionali, hanno inviato un chiaro e inequivocabile segnale: bisogna cambiare.

E’ evidente che sono stati commessi degli errori ma il più grave sarebbe non ammettere la crisi che ha colpito il partito e non analizzarne le cause. Il Popolo della Libertà ha perso perché ha una classe dirigente ‘vecchia’ e bloccata su ragionamenti politici superati che oggi come non mai sono distanti anni luce dai cittadini e dalle loro esigenze, una classe dirigente che è da troppo tempo rintanata nei palazzi e nelle segreterie, dedita a tutelare i faccendieri piuttosto che i cittadini, incapace di scendere per strada a fare politica, distante dal territorio e da esso non riconosciuta, brava ad intrattenersi in salotti televisivi ma assolutamente incapace di parlare direttamente con i cittadini. I vertici del PdL devono comprendere che è il momento di rimettersi in gioco, riaffidando agli elettori il loro diritto alla rappresentanza, accompagnato da un profondo rinnovamento della classe politica e delle dinamiche che la alimentano.

Si è parlato di voto di protesta degli elettori, di una forte astensione, di una montante onda di antipolitica. Questo è indubbio. Ma se c’è malessere nei cittadini non può non prendersene responsabilità anche e soprattutto il PdL che fino alle precedenti elezioni era il primo partito del Paese. Oggi parlare di politica è difficile e, il più delle volte, impossibile senza provare imbarazzo e mortificazione. E’ una fase buia quella che stiamo vivendo, caratterizzata da corruzione, fiacchezza e malcostume dilaganti che alimentano, nella società civile, il rifiuto della politica che, nell’immaginario collettivo, è vista come un mondo sporco, abitato da individui squallidi e capaci di azioni deprecabili. Soprattutto i giovani, che rappresentano il futuro della nostra Italia, sono lontani dalla politica e da essa stessa allontanati e sacrificati all’altare del gerontocratico potere dominante. E come poter biasimare i giovani che fuggono la politica se anche i giovani dello stesso PdL, me compreso, sono i primi ad essere sdegnati da una politica le cui vicende sono più spesso narrate nelle pagine di cronaca giudiziaria piuttosto che in quelle di politica.

Ci troviamo dinnanzi ad un circolo vizioso: la politica italiana è logora e degradata, e lo è così tanto che le nuove forze, giovani e rinnovatrici, che potrebbero mondarla e risanarla, se ne distanziano irreversibilmente, abbandonandola nelle mani, sudice e corrotte, di coloro che l’hanno così grandemente deturpata. Urge rompere questo circolo, occorre impegnarsi per un cambiamento radicale della politica.

Occorre allora un approccio nuovo, è necessario ritornate a fare politica parlando con i cittadini nelle strade, e a farlo devono essere soprattutto coloro che hanno l’onore di essere amministratori degli Enti locali per il Popolo della Libertà. Basta pontificare come stantii soloni dalle pagine dei giornali, o in televisione, rimanendo però ben chiusi nei propri uffici. Si spazzino via certi usurati arnesi della vecchia guardia, avvezzi a far politica nelle stanze dorate di lussuosi palazzi, piuttosto che sulla strada polverosa, in mezzo alla gente, maestri del correntismo, distanti dalla società civile ed indifferenti dinnanzi alle improcrastinabili esigenze urlate da cittadini ormai sviliti e troppo stanchi. Solo così ci potremo rialzare dalle macerie del fallimento delle elezioni amministrative 2012.

Da troppo tempo ormai gli elettori e gli eletti del PdL attendono invano che venga mantenuto quanto era stato reiteratamente promesso: essere riuniti sotto i medesimi valori e poter contribuire attivamente alla scelta della linea politica da perseguire e dei nuovi leader locali. I fatti mostrano, invece, la fiducia e lo slancio di un’intera comunità schiacciati da una catena partitica di comando, imposta asetticamente dall’alto e spesso priva di radicamento e conoscenza del territorio, che ha dimostrato una miopia degenerante che le ha impedito di guardare oltre il personale tornaconto, e che si è arroccata sull’arrogante mantenimento di un proprio, personale potere politico. Troppe promesse mancate. Troppi fallimenti. Per pensare ad un risultato diverso dalle urne.

Il Popolo della Libertà se vuole riconquistare la fiducia, ora persa, dei cittadini non può che cambiare. E lo deve fare iniziando dalla sua classe dirigente. Ne serve una nuova che abbia il volto pulito e fresco di un giovane che protende innanzi a sé lo sguardo, tenendo sempre fissi negli occhi i propri valori ed ideali, distante anni luce dalla politichetta delle correnti e disincantato dalla venerazione del manuale Cencelli, in grado di dare risposte innovative ai sempre nuovi problemi del Paese. Naturalmente non può bastare svecchiare la classe dirigente con l’immissione di giovani e nuove leve, occorre anche che la destrutturazione dell’attuale classe politica avvenga attraverso il filtro della qualità. Rivestire un ruolo di responsabilità non può essere appannaggio di chi sia semplicemente giovane, occorre che sia anche il migliore tra i suoi coetanei, sicchè il Pdl non disperda quella carica di diversità positiva dagli altri partiti, e dalla solita politica, che per anni è stata premiata dalla maggioranza degli italiani.

E’ di primaria importanza inoltre che nello scegliere la nuova classe dirigente del PdL si individui la migliore classe politica e la più radicata nel proprio territorio. Perché la Politica della quale per primo teorizzò Aristotele, quella inscindibilmente connessa alla “polis”- città, è proprio quella che rappresenta il territorio, che è vicina ai cittadini e ne ascolta le esigenze. Uno dei limiti del Pdl, finora, è stato l’essere più partito di segreterie che di circoli, più di convention che di assemblee. Dobbiamo ricominciare a parlare alla gente, ad incontrare i cittadini, ad essere fisicamente presenti nella comunità in cui viviamo. Dobbiamo ricominciare ad offrire i nostri strumenti di aggregazione, a creare luoghi di dibattito politico serio, sedi in cui i militanti possano trovarsi assieme e socializzare a tutti i livelli e a tutte le età.

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